Castelli è un nome storico nella produzione di sistemi d’arredo per ufficio e collettività. Nata a Bologna nel 1877 come bottega di ebanisteria per iniziativa di Ettore Castelli, nel 1939 avviene la trasformazione industriale che porta alla fondazione di Anonima Castelli. Prodotti innovativi come la seduta Plia, il sistema di sedute Vertebra di Emilio Ambasz & Giancarlo Piretti, il sistema per mobili da ufficio Dalle nove alle cinque di Richard Sapper, la seduta per l’ufficio operativo Guya disegnata dal team R&D dell’azienda, hanno ottenuto riconoscimenti prestigiosi: dall’esposizione presso importanti collezioni e musei, come il MoMA di New York, a diverse edizioni del Compasso d’oro, il più antico e autorevole premio mondiale di design conferito dall’ADI, l’Associazione per il disegno industriale.
Il lavoro d’immagine svolto per Castelli tra gli anni Ottanta e Novanta mette in luce il carattere di bellezza e di flessibilità dei suoi prodotti, l’approccio design oriented dell’azienda e il suo impegno per la trasformazione degli ambienti di lavoro in un’armonizzazione ideale tra corpo e mente. La campagna Guya realizzata con Gavino Sanna è stata premiata dall’Art Directors Club italiano e da Communication Arts con l’Award of Excellence. Qui vengono evidenziati cinque dei tredici grandi annunci per la stampa quotidiana in cui ho lavorato sui testi con interventi diretti su alcuni visual (ai testi avevano collaborato anche Piera Teatini e Gavino Sanna).
Questa è una finta "La Repubblica" di 14 pagine, allegata alla vera Repubblica, contenente tutta la campagna Guya Castelli. Mi sono divertito a imitare le grandi firme dell'epoca, quelle più prestigiose del quotidiano romano, compreso il disegno di un finto Forattini, allora vignettista di culto del giornale di Scalfari. Ah, bei tempi, quando i clienti non avevano il vizio della televisione, sapevano ancora leggere e perciò spendevano qualche soldino in più sulla stampa.
Dopo la nostra campagna, alla seduta Guya di Castelli venne assegnato il premio Compasso d’oro. Perciò uscimmo con un annuncio celebrativo. Il visual era di Francesco Rizzi, che aveva rivisitato quello precedente di Gavino, un format già apprezzato per l’impronta elegante e lo stile “visually powerful”, come usavano dire gli americani.
Company Profile di 22 pagine.
Invito all’EIMU (Esposizione internazionale mobili per ufficio). Nelle 26 pagine in grande formato B3 (353 x 500) che accompagnavano l'invito con all'interno il biglietto di accreditamento per l'ingresso all'esposizione, vengono raccontate la storia e l’evoluzione degli spazi e dell’ambiente di lavoro, per arrivare alle qualità del nuovo sistema parete per ufficio Dalle Nove Alle Cinque. Mi è capitato di incontrare il direttore creativo di una grande agenzia che, a distanza di anni, ricordava ancora questa brochure, l’itinerario spiritoso che porta dai nostri antenati ai moderni ambienti di lavoro. In pochi giorni avevo scritto i titoli, raccolto ed elaborato forse anche troppo in fretta i testi, selezionato i disegni tratti da libri no copyright, perché l’apertura dell’EIMU era imminente. I complimenti premiano sempre la fatica. Ma la soddisfazione maggiore si ha quando a un lavoro così marginale viene dato il valore di campagna.
Per concludere, giusto qualche osservazione finale. Dopo aver creato una serie di prodotti di successo e per molti versi innovativi, nel 1992 l’azienda bolognese entra nel colosso americano Haworth (così come capiterà più tardi, nel 2014, a un altro nome-simbolo dell’arredamento dall’impronta italiana: il gruppo Poltrona Frau, Cassina e Cappellini), leader mondiale della produzione di sistemi d’arredo per ufficio e collettività. Poi, nel 2012, Castelli viene acquisita dal fondo Mutares, una holding tedesca che rileva imprese in situazioni di turnround per poi ristrutturarle. Ma l’operazione non ha successo: nel 2014, l’azienda bolognese viene messa in liquidazione. Si dirà, una situazione ormai comune, diffusa: e non mi riferisco tanto a una crisi del settore, quanto al passaggio del made in Italy in mani straniere, con epiloghi a volte non proprio esaltanti, come nel caso di Castelli. I nomi sono tanti, troppi, ed elencare tutti i marchi ceduti all’estero richiederebbe una Treccani: potremmo citare almeno Fendi, Gucci, Valentino, Peroni, Motta, Parmalat, Bulgari, Loro Piana, Versace, La Rinascente, Ansaldo Breda, Magneti Marelli, Edison, Pininfarina e Lamborghini, Pirelli, banche come BNL e Cariparma, e così via. Un esodo biblico. Una tendenza, a ben guardare, piuttosto negativa, che però viene interrotta ogni tanto da qualche eccezione, quando si verifica un movimento in senso contrario: le aziende vengono ricomprate, cioè ritornano italiane. Un esempio clamoroso è Barilla, che nel 1971 vendette il pacchetto di maggioranza alla multinazionale americana W. R. Grace, per poi riacquistarlo nel 1979. E in questo movimento in senso contrario, diciamo pure virtuoso (almeno, così si spera), si inserisce anche Castelli: dopo il declino, dopo l’american touch e quello più definitivo e tombale dei tedeschi, nel 2014 l’azienda fallisce, ma nel 2015 una newco italiana (della famiglia Pavan, imprenditori di Pordenone) si aggiudica all’asta di vendita la storica azienda bolognese.
Continua la lettura di annunci e campagne: una raccolta di appunti di viaggio, in un periodo trascorso con vari compagni di strada.
© GASPARE GIUA
Design: Maria Pia Preziuso e Alessandro Giua