Comunicazione politica

Come è noto, le elezioni per eleggere il nostro Parlamento dovrebbero svolgersi ogni cinque anni, perché questa è la durata della legislatura prevista dalla nostra Costituzione. In realtà, dalle prime elezioni del 1946, la media delle consultazioni per le politiche è sensibilmente inferiore: nei primi 75 anni di storia repubblicana si sono alternati 66 governi, praticamente uno ogni anno e mezzo. E non basta: alle elezioni politiche si aggiungono quelle europee, quelle amministrative, le consultazioni referendarie, eccetera. Non ci facciamo mancare niente. Ma, soprattutto, quello che non manca è il “battage” pubblicitario: l’invasione tumultuosa di torme di candidati che ci sbomballano occupando la nostra posta elettronica e le cassette delle lettere, che selezionano i profili social e acquisiscono i nostri dati, entrano di prepotenza nei nostri telefoni, nella TV di casa e nella radio, affollano giornali condizionati dagli interessi dei propri padroni e sempre ben disposti alla mercatura, invadono piazze e strade con i loro manifesti, con un coro cacofonico di promesse e messaggi che si sovrappongono annullandosi l’un l’altro, con un effetto comico da replicanti di Antonio La Trippa, il monarchico interpretato da Totò e inventore dello slogan con l’eco: “Vot'Antonio, Vot'Antonio, Vot'Antonio, Vot'Antonio!”.

Così, a ogni nuovo giro, mi viene da pensare che si dovrebbe ridurre, per legge, la pubblicità elettorale ai minimi termini: non più di dieci righe sulla stampa o dieci linee programmatiche in TV a testa, con tempi e spazi uguali per tutti. È quello che mi è venuto in mente nel momento in cui ho ritrovato nel mio archivio questi testi. Era il 1989, un anno importante: oltre alle elezioni europee, si svolgeva anche il referendum che chiedeva agli italiani di esprimersi in merito al conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo. In quell’occasione, la Commissione per la realizzazione della parità tra uomo e donna, sotto la Presidenza del Consiglio dei ministri, promosse una gara tra alcune agenzie per una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche di genere: un invito al voto “equilibrato”, con una particolare attenzione al sesso sottorappresentato.

Allora si parlava con timida cautela di sessi e non di “generi”, di parità tra uomo e donna, ma non ancora di “quote rosa”. E, anche se non era di moda, abbiamo anticipato i tempi trovando comunque una “vie en rose”, con la matita rosa che sostituiva quella copiativa utilizzata nelle operazioni di voto nelle cabine elettorali. Certo, con il rischio di un richiamo esplicito all’amore ingenuo e romantico, come quello della canzone di Edith Piaf. Ma poi, perché mai? Il “voir la vie en rose” di Piaf era un invito all’ottimismo, all’amore inteso come passione, come energia spirituale che eleva gli uomini. E, quando si parla di passione, lo si può fare benissimo in senso lato: passione è anche quella civile, politica nel senso più “nobile” del termine, cioè senza troppe degenerazioni.

Noi non lo sapevamo ancora, ma due anni dopo, con le prime indagini della Procura di Milano, sarebbe scoppiata Mani Pulite, la tangentopoli milanese ai tempi di Bettino Craxi, detto il Cinghialone e condannato a dieci anni di reclusione; ma nel grande giro della corruzione politico-imprenditoriale ormai radicata in tutta Italia erano coinvolti politici e partiti di diversi colori, ras degli appalti e tangentomani che rubavano tutto il rubabile e che avevano divorato l’Italia a colpi di mazzette sugli appalti pubblici e sulle grandi opere inutili. L’esigenza di pulizia morale era forte nella popolazione affamata di giustizia e stufa di quel taglieggiamento, di quel pizzo di Stato senza fine, con un debito pubblico che intanto saliva verso vette inimmaginabili. Perciò si sperava in un rinnovamento radicale della politica e della sua classe dirigente: il voto a una donna poteva rappresentare anche questa speranza; e così sono nati titoli come “Una politica senza trucco” e il claim “Il voto a una donna: non per amore del potere, ma per passione civile”.

Ora, a distanza di tanto tempo e riconsiderando questi testi (sono passati molti anni, e, seppur scritti con le migliori intenzioni, contengono delle ingenuità), credo che sia inutile imporre il recinto delle quote rosa, quando il resto della società se ne frega dei paletti. La documentarista novantenne Cecilia Mangini giudicava quelle quote “indecenti” perché “siamo tutti uguali, siamo tutti persone”; ricordando, alle donne che fanno carriera in politica, che l’emancipazione delle donne non vuol dire essere uguali agli uomini. Anche perché così si corre il rischio di surclassarli (lo dico con ironia, intendiamoci) quando ne imitano spavalderia e aggressività.

Giusto per fare due esempi, a proposito di donne, penso a certe assatanate guerrafondaie tipo la segretaria di Stato americana Madeleine Albright - discendente di una famiglia di origini ebraiche fuggita dalla Cecoslovacchia dopo l’annessione al Terzo Reich - o il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, sostenitrici dell’aggressione all’Afghanistan del 2001 e di conseguenza della guerra d’Iraq (definita pomposamente “seconda guerra del Golfo”) nel 2003. Proprio la Albright, a proposito del mezzo milione di bambini morti a causa delle sanzioni contro l’Iraq, arrivò a dire che gli obiettivi politici degli Stati Uniti valevano il sacrificio di quei bambini (risposta sconcertante a una domanda del corrispondente della CBS Lesley Stahl). Altro che sensibilità femminile, altro che “vie en rose”.

Io spero che l’uguaglianza di genere diventi semplicemente una questione di buon senso, soprattutto di rinnovata educazione, e un corretto processo educativo che seppellisca i pregiudizi arcaici e che porti i maschi ad abiurare l’idea del possesso e del controllo sulla donna deve cominciare dalla scuola: basterebbero alcune generazioni di giovani consapevoli per cambiare le cose. Perché non si può imporre il buon senso o una nuova cultura della parità di genere, del rispetto e dei sentimenti, di colpo, per decreto legge. Ma devo dire che purtroppo, in questi ultimi trent’anni di vicende politiche, non ho visto grandi donne fare ombra agli uomini in Parlamento: giusto per fare un esempio, hanno fatto passare decenni prima di chiedere di abbassare l’Iva sugli assorbenti considerati, sino al 2022, beni di lusso (22% contro il 4% dei tartufi considerati, evidentemente, un bene di prima necessità), adeguandosi alla cultura primitiva o protocattolica della donna nata non solo per soffrire, ma anche per sborsare di più. Invece, ho visto una soubrettina, che in un’altra vita si esponeva nei calendari destinati ai camionisti, entrare alla Camera dei Deputati per intercessione del suo sponsor e tycoon televisivo, e, per un’estrema beffa di certe alchimie politiche, diventare ministro delle Pari opportunità e autrice di autentiche perle destinate a fama imperitura, come quella contro le coppie omosessuali, quando disse che “per volersi bene il requisito fondamentale è poter procreare”.

Dicevo: rieducazione di tutti, della gente comune ma anche delle istituzioni e delle autorità, su cui siamo ancora in grave ritardo. Nel 2021, 32 anni dopo questi annunci, una giovane poliziotta che aveva dichiarato, ingenuamente, di aver fatto un piccolo tatuaggio all’età di 18 anni (un cuoricino), poi rimosso (per entrare nella Polizia) sottoponendosi a 9 sedute laser al costo di 200 euro l’una, è stata sospesa dal Consiglio di Stato e invitata a restituire distintivo e pistola, perché secondo la nostra giustizia amministrativa quel cuoricino, cancellato ma comunque realizzato per quel suo maledetto compleanno, era una sorta di demerito estetico. Ecco, se questo è lo stato in cui versano le nostre emotivamente labili autorità, altro che amore, altro che passione, altro che “vie en rose”.






Continua la lettura di annunci e campagne: una raccolta di appunti di viaggio, in un periodo trascorso con vari compagni di strada.