Dopo le nostre precedenti campagne per i profumi, il cliente si affida a Bruce Weber, americano della Pennsylvania, celebre fotografo di moda. Conosciuto dal grande pubblico internazionale per i contributi al giornalismo di moda e per le sue campagne pubblicitarie commissionate dai grandi stilisti; occasionale regista non memorabile (di cui comunque andrebbe ricordato Let’s Get Lost, il documentario sulla vita del jazzista Chet Baker); autore di molti libri fotografici in cui Weber si esprime liberamente anche attraverso quelle sue specializzazioni che, secondo gli esperti, vanno “dal nudo maschile all’omoerotismo”.
Così, obbedendo al cliente, all’agenzia non resta altro che adattarsi selezionando qualche foto, con una certa fatica. Viene mantenuta la mia tagline, ma, dopo gli spunti originali dei nostri primi lavori, per il profumo femminile V'E Versace si torna a una pubblicità più in linea con la dimensione narcisistica che contraddistingue la comunicazione di molti stilisti. Ah, gli stilisti! E povero cavallo.
Della confezione, ricordo due versioni disegnate da Thierry Lecoule. Una più “economica” (si fa per dire), e una più costosa in cristallo “pressé moulé de Baccarat”. In tempi più recenti, mi è capitato di trovare anche una curiosa recensione del profumo basata su una boccetta vintage ritrovata decenni dopo: “Profumo difficile, intenso e affascinante. Per niente conosciuto. Fuori dai canoni dei profumi femminili di oggi. Oggi nessuno farebbe un profumo da donna così. Sarebbe impensabile. Quasi maschile, sicuramente unisex. Indefinibile, alcolico. Sicuramente lontano dai modelli della profumeria attuale, sia femminile che maschile. Molto particolare”. Così sono andato a curiosare anche tra le descrizioni più tecniche: “Le note di testa sono Aldeidi, Note Verdi, Fiore d'Arancio Africano, Bergamotto e Limone di Amalfi; le note di cuore sono Narciso, Rosa, Ylang Ylang, Ciclamino, Gelsomino, Rizoma di Iris e Mughetto; le note di base sono Muschio di Quercia, Sandalo, Cedro della Virginia, Eliotropio, Ambra e Muschio”. Certo che fare un profumo è una cosa complessa. Noi invece ce la siamo cavata mettendo un po’ di font qui, un po’ di pantone là. E pazienza se il pantone non sapeva di ciclamino o di cedro della Virginia. Anche perché c’era un piccolo problema: pur non soffrendo di iperosmia e di disturbi particolari, ho sempre considerato i profumi artificiali - finalmente lo confesso - generalmente molesti.
Gianni Versace venne assassinato il 15 luglio del 1997 sui gradini della sua villa di Miami Beach, lungo l’iconica Ocean Drive, da uno psicopatico serial killer ricercato da tempo dalla polizia. Un assassinio misterioso, senza motivazioni (a parte, forse, l’invidia divorante per il ruolo di “icona gay” del personaggio Versace). Dopo la morte dello stilista, l’immensità stupefacente di casa Versace, descritta dalla giornalista Natalia Aspesi come “una reggia di eclettica opulenza texana”, si è sfoltita nel 2005 con una vendita all’asta di 221 pezzi, tra cui una coppia di lucerne d’argento opera di Giuseppe Valadier, una coppia di colonne Ottocento, una coppia di tulipaniere francesi in porcellana. Il freddo elenco, redatto con pedanteria mortuaria, decreta la fine di un’epoca. A cui si aggiunge l’epilogo più amaro del successo: l’omicidio dello stilista entrerà nella classifica dei "Venticinque maggiori crimini del secolo" stilata dal settimanale statunitense Time. Vent'anni dopo, la Fox gli ha dedicato la serie TV The Assassination of Gianni Versace.
In seguito, nel frullatore del made in Italy c’è stato posto per tutto e per tutti, persino per Dolce & Gabbana, nell’itinerario che porta da via della Spiga agli outlet, e poi ai mercatini rionali: arte e commercio, tessuti pregiati e manufatti romeni albanesi indiani cinesi, haute couture e cassa integrazione, tutto si fonde. In tempi di recessione, Hermès fa una Kelly di coccodrillo da 18 mila euro: un ferroviere non li guadagna neanche in un anno. La “politica dei risparmi” ha portato il totale dei dipendenti Fs da 220 mila a 99 mila, fino ai 30 mila del 2016, e alla chiusura di migliaia di stazioni e di molti scali ferroviari (per privilegiare nel commercio il più inquinante traffico gommato). Per contro, e sempre per continuare con i confronti, non sembra che gli affari nel settore moda siano in sensibile diminuzione: anzi, nello stesso anno a cui ci riferiamo (2016) scopriamo che la moda italiana cresce, vende e aumenta i dipendenti a ritmi più sostenuti del resto della manifattura del Paese. Insomma, pare che sia rimasta soprattutto la moda ad andare come un treno.
Continua la lettura di annunci e campagne: una raccolta di appunti di viaggio, in un periodo trascorso con vari compagni di strada.
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