Primi anni Novanta. Emma Bonino chiede a vignettisti, fotografi e pubblicitari un contributo a titolo gratuito per una campagna d'iscrizione al Partito Radicale destinata al loro giornale. Gavino Sanna coinvolge anche me, e io accetto volentieri; non tanto per i radicali o per Emma Bonino (di cui non mi sono mai piaciute certe ambizioni, ambiguità e contraddizioni), ma per il solo fatto che negli annunci potevamo fare riferimento a temi importanti come povertà e fame nel mondo, pena di morte, ambiente, crimini di guerra.
Qui pubblico i primi quattro (quelli in cui ho lavorato direttamente su titoli e visual) dei sette annunci realizzati con Gavino e Andrea, dove ho fatto ricorso a tecnologie, diciamo, povere: immagini recuperate da vecchi giornali, guide telefoniche, dizionari, ingrandite attraverso infiniti passaggi in una fotocopiatrice preistorica e difettosa.
Uno dei sette annunci, quello sui crimini di guerra e sugli stupri perpetrati nell’inferno dell’ex Jugoslavia, scatenò qualche polemica sui media e la censura delle Poste che inviavano il giornale radicale in abbonamento. Era un annuncio provocatorio. A suo tempo, avevo espresso qualche dubbio sulla comprensione dell’annuncio, sul difficile equilibrio tra arte e trasgressione, esibizionismo e volgarità (concetto comunque difficile da perimetrare), perciò avevamo afffrontato le possibili ambiguità inserendo l’icona delle forbici come simbolo esplicito di reazione. Questo vuol dire che condividevo le perplessità, che riporto di seguito, manifestate nell’intervista a Maria Stella Conte, già redattrice della storica rivista femminista Effe e giornalista di Repubblica, dall’avvocato e membro del Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria Annamaria Bernardini de Pace? Non del tutto. Perché a volte, per farti ascoltare, per richiamare l’attenzione immediatamente su temi importanti come i crimini di guerra (e, nello specifico caso, sullo stupro come arma di guerra), hai bisogno di comunicare frontalmente con il pubblico, con un messaggio anche crudo o sgradevole. Non a caso, quell'annuncio (insieme a quello sulla fame nel mondo) venne selezionato dai colleghi dell’Art directors club italiano, entrando così in short list e nell'annual dell’importante associazione dei creativi italiani. La body copy diceva: “A Vukovar, a Mostar, a Sarajevo e in altre cento città della ex Jugoslavia, le donne hanno subìto il fascino discreto dei signori della guerra. I radicali chiedono un tribunale internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia”.
"Censurato il disegno anti-stupro" (dal quotidiano La Repubblica, 3 novembre 1993)
ROMA - Un pene disegnato a tutta pagina: matita nera, tratto deciso, sfacciato. Poco più su, uno slogan: "Il fascino della divisa - Nella ex Jugoslavia migliaia di donne lo hanno subìto". E più in basso, a destra nel foglio pubblicitario, vicino ad un paio di forbici in negativo: "A Vukovar, Mostar, Sarajevo e in altre cento città della ex Jugoslavia le donne hanno subito il fascino discreto dei signori della guerra. I radicali chiedono un tribunale internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia". La campagna d'iscrizioni del Partito radicale parte con un sussulto: il quinto numero del quotidiano "1994", supplemento a Notizie Radicali - con all'interno la pubblicità firmata da Gavino Sanna, Gaspare Giua e Andrea Ruggeri - è morto e resuscitato nell' arco di un giorno: prima censurato dalla Direzione dell'Ufficio delle Poste di Roma (il giornale viene anche inviato per abbonamento), poi assolto dalla Direzione Generale del ministero. È martedì, e sono le prime ore del mattino quando un funzionario delle Poste annuncia telefonicamente ai radicali di aver bloccato la spedizione del numero "1994" per quel disegno giudicato in qualche modo sconveniente. I radicali si scatenano: gridano alla censura, inviano comunicati via fax, ed Emma Bonino, segretaria del Partito, lancia un appello alla stampa nazionale. Sul tema si apre subito un dibattito: censura sì-censura no; pubblicità progresso-pubblicità regresso; il limite c' è? il limite qual è? Gavino Sanna fa sapere, anche a nome dei suoi colleghi creativi, d'essere assai stupito: nobile è lo spirito, nonché gratuito l' impegno - dice - con cui era stata concepita quella pubblicità sociale offerta al "progetto del tutto lodevole di un partito" per richiamare l'attenzione sugli stupri nella ex Jugoslavia. Insomma l'intenzione era - e come dubitarne del resto? - buona. Fatto sta che a metà pomeriggio scatta il contrordine. È il direttore generale delle Poste in persona che chiama il Partito radicale: le spedizioni del giornale - scandisce Enrico Veschi - avverranno regolarmente, censura ritirata. Cosa è successo? È successo - spiega al telefono Vieschi - che probabilmente un funzionario particolarmente solerte, sfogliando come di dovere la pubblicazione per verificare che la pubblicità non superasse la quantità prevista per legge, si è imbattuto nel disegno del pene a tutta pagina. E poiché l'articolo 11 del codice postale recita che non sono ammesse corrispondenze aperte che siano contrarie al buon costume o che contengano frasi, parole, disegni ingiurosi, scurrili o denigratori a chiunque riferiti, il funzionario ha deciso di bloccare la spedizione per passare la mano ai superiori prima, poi al pretore. Entra in scena, così, la Direzione Generale che, constatata "l'inopportunità di fermare la pubblicazione", dà il via libera alla spedizione. Censura censurata, quindi. Anche se in qualcuno - funzionario delle Poste a parte - qualche dubbio resta. "Ho serie perplessità che un messaggio così violento, provocatorio, aggressivo e paradossale possa essere una risposta a un problema tanto grave e profondo - commenta l' avvocato Annamaria Bernardini De Pace, del giurì di autodisciplina della pubblicità ed esperta in diritto di famiglia -. Nessuna donna, a mio parere, avrebbe usato questo simbolo per affrontare un tema tanto penoso. Anche perché non penso che il problema sia il membro maschile in sé, ma la testa, la mente, il pensiero di certi uomini: la violenza nasce da un' anima sporca e bestiale, è di quella che le donne hanno paura e quella dovrebbe essere processata" (Maria Stella Conte su La Repubblica del 3 novembre 1993)
Ora, a distanza di molti anni, vorrei aggiungere qualche appunto alle osservazioni di Bernardini De Pace: giusto per puntualizzare, lo stupro di guerra non è propriamente una “questione di mentalità”. “Lo stupro di guerra è un’arma a deflagrazione multipla perché dura e impatterà su molte persone, è un atto di una violenza estrema spesso accompagnata da torture, viene fatto per distruggere, umiliare, punire un gruppo, realizzato in modo sistematico e su ordini ricevuti dall’alto: dietro c’è una strategia”. Lo dice una giurista che vanta un’attività molto meno comoda e sedentaria di certi membri dei nostri vari Giurì: Céline Bardet, avvocata francese che insieme a una ong ha creato una piattaforma online (questa, sì, molto più utile di qualsiasi “tribunale” dei vincitori) per accogliere le segnalazioni e assistere le vittime, e impegnata da decenni in zone di guerra (non a caso, ha iniziato la sua carriera proprio al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia di cui noi chiedevamo l’istituzione con questo annuncio). Bardet ricorda che proprio negli anni ’90, dopo i conflitti in Bosnia Erzegovina (50mila vittime di violenze sessuali, non solo donne, ma anche uomini), c’è stata la svolta: si è cominciato a parlarne, ci sono state le prime sentenze, si è riconosciuto lo stupro come crimine contro l’umanità, quando “a livello di pubblico e media ancora non se ne parlava tanto”. E invece noi ne abbiamo parlato; magari in modo sfacciato, ma ne abbiamo parlato.
E poi c’è da dire che il nostro annuncio contro quei crimini infrangeva un tabù, aprendo nuovi spazi alla libertà espressiva nella comunicazione pubblicitaria di utilità sociale. Penso che anche i miei colleghi - forse non tanto Gavino, che negli anni ’70 lavorava a New York, ma di sicuro Andrea - ricordassero l’episodio della radio di Cesare Zavattini, grande intellettuale del ‘900 e padre del neorealismo, ma soprattutto sperimentatore ironico e surreale che sapeva come portare il pubblico a riscattarsi dalla ricezione passiva: squarciando le ipocrisie del potere della cultura dominante. Episodio che il prof. Gualtiero De Santi, docente di Letterature comparate all’università di Urbino e critico cinematografico che ha dedicato diversi ritratti al grande Za, ricorda così in un suo libro: “E adesso dirò una parola che finora alla radio non ha mai detto nessuno”. Lunga pausa di silenzio, attesa, curiosità: “Cazzo…”. Era la prima volta che succedeva qualcosa del genere nelle emittenti nazionali, e che quella proibitissima volgarità - che noi abbiamo trasferito in un disegno - veniva pronunciata. Era il 25 ottobre 1976: il tabù, nella Rai che risentiva ancora della pesante eredità di Bernabei, soprannumerario dell’Opus Dei, fu infranto; l’Italia si scandalizzò e ne nacque un putiferio (ironica coincidenza: il giovane ventiseienne regista di “Voi e io punto e a capo”, il programma radiofonico di Zavattini, si chiamava Beppe Grillo; lo stesso che, trent’anni dopo, diventa teorico del “vaffanculo” elevato a ideologia contro la casta dei politici, e poi capo di un movimento politico destinato a raccogliere il 33 per cento dei consensi alle elezioni politiche del 2018 e a diventare forza di governo).
Il nostro disegno uscì 17 anni dopo quell’episodio di Zavattini. E, mentre scrivo queste note, mi rendo conto che sono passati 29 anni dal nostro annuncio e 46 anni dalla parolaccia di Zavattini. Sembrano passati dei secoli, ma, evidentemente, non per i benpensanti ancora immersi nel loro tardo petrarchismo. Il Tribunale penale internazionale, di cui con quell’annuncio chiedevamo l’istituzione, venne poi fondato con sede all’Aia nei Paesi Bassi: fu il primo tribunale internazionale per crimini di guerra ad essere istituito dai tempi del processo di Norimberga.
Qui di seguito, il materiale dei radicali e una lettera di Emma Bonino in cui ci ringrazia, ma nello stesso tempo chiede di tesserarci per una discreta cifra. Risposi che, a parte quella di giornalista, nella mia vita non avevo mai avuto una tessera, e ci tenevo a consolidare quella tradizione.
Cari Gavino, Gaspare e Andrea,
da brava "placcatrice di rugby", così come sono stata definita, devo inseguirvi ancora una volta, ma per ringraziarvi e stringervi la mano per la splendida partita.
Una partita giocata con la passione, l'estro e la generosità delle grandi sfide (e la vita del Partito Radicale è, ogni anno, una grande sfida davvero).
È stato emozionante, per noi, veder raccontata la nostra storia, una storia che forse non è vostra completamente ma che vi appartiene sicuramente per quei tratti che voi avete rappresentato. Il vostro linguaggio, anche nei suoi accenti più forti, ha saputo cogliere ed esprimere l'essenziale. E allora, insinuo io, cosa aspettate a iscrivervi?
Più tardi, il Transnational Radical Party ci affida il progetto di una pagina per il New York Times, con cui chiede la costituzione di una corte di giustizia internazionale contro i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Sanna passa il lavoro a me e all’art director Maurizio Caduto. Alla fine, i miei testi vengono allungati come un brodo di dadi, con molte aggiunte non previste, e anche l’efficace (in origine) art direction di Maurizio viene completamente stravolta dalla ridondanza di partito. Straparlare non fa mai bene al messaggio. Comunque, continua a piacermi l’attacco della bodycopy.
Transnational law and non violence are the most effective and radical ways to build a better world.
“Ideas of great consequence are always simple ideas”, Tolstoj wrote in “War and peace”.
A simple idea, but one of enormous consequence, is the one that made John F. Kennedy declure, thirthy years ago, “I am a Berliner”. And a simple idea, but one of enormous consequence, is the one that can make us say today, “I am a Bosnian”, “I am a Chernobylian”, “I am a person with AIDS”, or “I am a Somal child”...
To build a just order of peace, freedom and growth, to create new laws that everyone will recognize and respect, we need a new political will and a new way of organizing it. Transnational laws are the simplest way to make the world less complicated. And to find the most effective way of fighting the threats to the environment, security and democracy. Our method is non-violence (...).
Continua la lettura di annunci e campagne: una raccolta di appunti di viaggio, in un periodo trascorso con vari compagni di strada.
© GASPARE GIUA
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