Questo annuncio non brilla per interesse e fascino: apparteneva a una serie di annunci destinati a comunicare semplicemente il successo di un’impresa attraverso numeri e dati, e ha un valore di ricordo. Ma, a distanza di tanti anni, ci vorrebbe qualcosa di più complesso, per esempio dell'antropologia sociale o culturale, per tirare le somme e scoprire che il successo non è eterno; anzi, parafrasando Churchill, si può dire che a volte è soltanto una pausa tra un fallimento e l'altro: tra un perentorio "beati gli ultimi" e uno sfrontato "beati i primi", alla fine ho paura che abbia vinto, almeno in questo caso, la parabola evangelica.
Il proprietario di Videolina era Nicola Grauso, detto Nichi, cagliaritano, figlio di un agiato grossista di origini meridionali. L’imprenditore aveva mosso i primi passi cavalcando la rivoluzione delle cosiddette radio libere. E Videolina nasce, appunto, come costola televisiva di Radiolina, una delle prime radio indies in Italia (che nacque così: un tavolo da cucina e due piatti Lenco sopra). Io cominciai a fare radio subito, nel 1975, collaborando con diverse emittenti: Radio Olbia, la seconda in Sardegna, e poi Radio Centrale e Radio Nord Ovest, emittente di Sassari Sera. Si operava, almeno i primi tempi, con mezzi di fortuna, in segreto e al riparo dalle visite della Guardia di Finanza. Ho il ricordo di tempi un po' eroici, allegri, sfrontati. Stavamo rompendo il monopolio di un’informazione a senso unico, e questo ci dava una buona dose di euforia. Qualcosa di quegli anni è raccontato nel film di Ligabue Radiofreccia, ma anche nel film I cento passi di Marco Tullio Giordana.
Curiosamente, la Sardegna, considerata una sub provincia dell’impero, si dimostrò all’avanguardia (e Grauso, nel bene e nel male, fu uno dei protagonisti) nel promuovere quella grande rivoluzione dell’etere: una vera rivoluzione culturale. Fenomeno che, come molti sanno, dopo qualche anno finì col perdere la sua connotazione di libertà per diventare una realtà commerciale, attirando interessi e imprenditori di varia estrazione, producendo tycoon come Silvio Berlusconi: prima o poi, anche le rivoluzioni finiscono per indossare la cravatta, e i fenomeni più spontanei rientrano nei binari del grande profitto. Alla fine, ha vinto chi aveva accesso agli ingenti prestiti delle banche e più potere contrattuale con le autorità preposte all’assegnazione delle frequenze: politici, amministratori della cosa pubblica, tribunali. I più aggressivi e spregiudicati, come Silvio Berlusconi, ottennero persino delle leggi ad hoc.
Quando sono nati questi annunci, Videolina era la televisione più seguita in Sardegna. Grauso coltivava sogni di gloria, agitava il mondo di Internet, comprava giornali, finanziava persino il Manifesto. Nei primi anni Novanta in Sardegna c'era grande fermento. Non a caso, il primo sito web in Italia è nato proprio in Sardegna, ad opera di CRS4, il centro di ricerca interdisciplinare fondato nel 1990 dalla Regione Sardegna e affidato alla presidenza del premio Nobel Rubbia, che poi ha fatto da apripista alla sviluppo della Web Economy in Italia. E in una regione così innovativa e destinata a diventare la prima in Italia per e-intensity, ovviamente Grauso era il soggetto più adatto a cavalcare i nuovi fenomeni: per esempio, con la collaborazione di CRS4, Grauso mette online L'Unione Sarda, che diventa il primo giornale via web in Europa. E sempre con Grauso nasce il primo Internet Service Provider italiano (Video On Line, il cui nome richiamava proprio Videolina). Insomma, più che un magnate, un ambizioso magnete, pronto ad attirare di tutto, rischiando di cadere in confusione: quando cercò di imitare il mitico Cavaliere, perse l'equilibrio cadendo rovinosamente dal cavallo, costretto a cedere imprese, tele e giornali, tra crisi finanziarie, istanze di fallimento e altri epici disastri. Tanto che il giornale La Repubblica, quando parlava di lui, lo definiva “il controverso imprenditore”.
In ogni caso, ritornando agli anni Settanta e mettendo da parte le smanie commerciali e le sfortune degli imprenditori, c'è da dire che con l’avvento e il moltiplicarsi delle radio e delle televisioni private in Italia, è cambiato anche il modo di fare pubblicità. Si è chiusa l’era di Carosello, le agenzie pubblicitarie si sono sempre più americanizzate. Le società addette alla pianificazione nei media e alla vendita di spazi, come Publitalia, hanno cominciato a muovere un flusso enorme di denaro e sono diventate dei veri centri di potere (tanto sconfinanti e potenti da creare un partito come Forza Italia, che ha governato l'Italia per un ventennio) capaci di resuscitare o far morire un giornale, una televisione, un marchio. Da allora, tutto è cambiato. Profeta fu Sergio Cusani: “Oggi, tutto si gioca sul piano della comunicazione”.
Continua la lettura di annunci e campagne: una raccolta di appunti di viaggio, in un periodo trascorso con vari compagni di strada.
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